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L'abito non fa il monaco? La parola alla scienza

Articolo di mercoledì 28 agosto 2024
Protagonisti
Autrice
Laura Bajardelli
vedi altri articoli di Laura Bajardelli


L’abito non fa il monaco. Does the cowl make the monk? L'habit ne fait pas le moine. You can’t judge a book by its cover.
Un proverbio, un ammonimento presente in tutte le culture. E questi anni sembrano averlo compreso: si è iniziato con l’affermarsi dell’informatica e dei look correlati alla Steve Jobs e più recentemente, anche come effetto della diffusione del lavorare da casa, abbiamo visto l’archiviazione della cravatta a pezzo da museo e l’elevazione delle sneakers bianche (una volta le avremmo chiamate genericamente scarpe da ginnastica o da tennis) come scarpe adatte, anzi perfette, per qualsiasi occasione.

Le ricerche scientifiche confermano il proverbio?
A complicare le cose, però, ci sono le diverse ricerche scientifiche che negli anni hanno analizzato la funzione dell’abito, dell’identità personale e della percezione che gli altri hanno di noi e che ciascuno ha di sé stesso. Cosa emerge? Che l’abito fa il monaco e che il primo a “cascarci” è proprio chi lo indossa. Il più noto di questi esperimenti, che risale al 2012 ed è stato condotto dallo psicologo Adam Galinsky della Columbia Business School di New York, voleva dimostrare che gli abiti hanno un impatto su chi li indossa e gli elementi determinanti sono il significato simbolico dei vestiti e l’esperienza fisica di portarli. Gli esperimenti dimostrano che chi indossa un camice manifesta maggiore attenzione e precisione nello svolgere un compito e diminuiscono gli errori rispetto a quando indossa i soliti abiti. Ma lo stesso camice può produrre effetti diversi a seconda se si dice che è un camice da medico o da imbianchino. E in questo secondo caso la magia non avviene, si torna alle performance ordinarie. Galinksy coniò l’espressione enclothed cognition o cognizione incorporata nei vestiti ad indicare che i vestiti possono influenzare profondamente e sistematicamente i processi psicologici e comportamentali di chi li indossa. Tra le numerose altre ricerche, una verifica la correlazione positiva tra indossare abiti formali e l’astrazione mentale e l’autocontrollo e con la conseguenza di scegliere persino cibo più sano. Da un’altra, risulta che indossare l’uniforme della Croce Rossa induce comportamenti più empatici verso gli altri rispetto a chi indossa abiti “civili”. E cosa accade quando i bambini si vestono da Batman? Anche per loro il costume, simbolo di forza e perseveranza, si traduce in comportamenti coerenti con il vestito indossato! È come se il camice da dottore e l’uniforme della Croce Rossa fossero maschere, come quella di Batman, quindi non solo simboli ma portatori di virtù trasmessi a chi quella maschera la indossa. Esattamente come accade nei rituali tribali nei quali la maschera rappresenta lo spirito di un animale e chi la indossa acquisisce la forza del bufalo o la saggezza dell’aquila.

Detto quindi che gli abiti possono influenzarci, è importante considerare che c’è anche il rischio di rimanere ingabbiati in questi stereotipi. Ricordiamo le parole di G.I. Gurdjieff, filosofo, scrittore e mistico di origine greco-armena del Novecento: l’uomo si identifica con il ruolo che è costretto a vivere: padre, figlio, padrone, operaio, impiegato, dirigente, professionista, intellettuale, guru, furbo, tonto, forte, debole, manager, ministro, disoccupato... per ognuno di questi ruoli esistono comportamenti sociali, abbigliamenti, modi di pensare e di esprimersi cui ciascuno si adegua inconsapevolmente. E quindi non siamo mai individui autentici, ma veri e propri imitatori: imitiamo modelli e stereotipi prodotti dalla società in cui viviamo.

La società in cui viviamo sembra voler liberare l’uomo riconoscendo a tutti le stesse opportunità, riconoscendo gli errori del passato e abbattendo tutti gli stereotipi, compresi quelli legati ai codici dell’abbigliamento e ai canoni estetici classici. Talvolta assistiamo a una sorta di furia iconoclasta verso tutto ciò che è legato alla tradizione e alla cultura tradizionale. Portando alla creazione di nuovi stereotipi o a varianti. È il caso, per esempio, del leader che muta solo d’aspetto in base all’epoca: dalla guida religiosa allo spregiudicato armatore ultra-abbronzato, allo sportivo imperturbabile e volitivo al rapper con catenacci e super car, dalle raffinate e carismatiche principesse alle donne di ferro vestite con tailleur maschile. Ma anche il capobranco potrebbe essere solo una maschera, portatrice di vizi e virtù.

E così riecheggia il motto latino che suggeriva che la virtù sta nel mezzo, invitandoci a ricercare l’equilibrio. Potremmo utilizzare positivamente i risultati delle ricerche sul potere dell’abbigliamento per cercare di migliorarci, indossando qualche volta il costume di Wonder Woman o di Batman, qualche altra più semplicemente quella di buoni cittadini, conoscendo ed esercitando diritti e doveri.


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