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Memoria - Dialetto milanese tra nostalgia e ironia

Articolo di mercoledì 20 marzo 2024
Protagonisti
Autrice
Laura Bajardelli
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Intervista a Paola Cavanna
Il dialetto ci rimanda a un’epoca passata, sepolta. Ma è la lingua di un mondo che è durato fino a 50 anni fa. E che non si arrende.

Quando si sente parlare dialetto milanese parte un moto di nostalgia. Indistintamente, anche per chi l’epoca d’oro del milanese non l’ha mai vissuta. Questo non accade per gli altri dialetti. Pensiamo al recente Festival di Sanremo, nessuno ha obiettato che portare una canzone in dialetto napoletano potesse essere anacronistico. In milanese lo sarebbe, forse perché Milano da oltre cent’anni vive e celebra il mito dell’andare di corsa, orgogliosamente precorre le mode e i fenomeni. Il dialetto milanese descrive un mondo recente, fisico ma anche morale sociale e culturale, durato fino a cinquanta anni fa, ma che pare già sepolto.

Ma quando senti parlare Paola Cavanna la nostalgia resta sullo sfondo, in primo piano il garbo, l’ironia e la preparazione di una signora milanese che non rinuncia alla sua lingua madre. Il dialetto milanese.

Laura: Mi auto denuncio: capisco ma parlo pochissimo il dialetto milanese, in casa non lo si parla
Paola Cavanna (PC): Male! Neanche da me si parlava dialetto, sono io che ho conservato i suoni e quando è arrivato il giorno in cui ho deciso che dovevo tornare alle mie radici, li ho ricordati e tutti i suoni sono riaffiorati in modo naturale e velocemente. È stato bellissimo riscoprire un’anima nascosta che c’era ancora tutta, semplicemente in attesa del momento giusto.
L: Ci racconti qualcosa di lei
PC: Sono nata a Milano nel 1951 da una famiglia operaia. Era il dopoguerra e c’era un’aria di rinnovamento e felicità per non essere rimasti sotto le bombe. Mia mamma era mantovana ma si era trasferita a Milano in giovane età e quindi parlava il dialetto milanese ma non più il suo. Mio papà invece di cognome faceva Cavanna, milanese da generazioni con anche uno zio poeta milanese. Era Cesare Cavanna, che oltre ad essere il tipografo che sistemava graficamente le poesie del Marinetti, era anche un ottimo poeta dialettale. Io l’ho conosciuto unicamente attraverso i suoi scritti, che comunque non ero autorizzata a leggere. I nonni parlavano in milanese. Fin da subito ho respirato il mio dialetto, pur avendo il divieto di parlarlo perché a quei tempi si raccomandava che i bambini parlassero bene l’italiano. Però mia nonna era venuta a Milano da bambina dall’appennino tosco-emiliano e per favorirmi quando si rivolgeva a me italianizzava il dialetto, che so “Vammi a prendere le orgnette sul ciffone” (cioè vai a prendere gli occhiali sul comodino) o Pizza il chiaro (cioè accendi la luce) con la zeta pronunciata rigorosamente come una esse. E quindi sono cresciuta in questa sorta di limbo dove sentivo ma non potevo riprodurre questi suoni che mi piacevano e attraevano e poi erano una sorta di lingua franca o lingua farfallina. Ci vuole il codice segreto per capirla.
L: Il milanese per lei era una lingua viva, anzi la lingua della vita
PC: Assolutamente sì. Questa lingua mista italiano-dialetto milanese forse da bambina non aiutava il mio italiano, però mi ha consentito di tenere vivo il dialetto, che ho sempre vissuto come una lingua spiccia, immediata che in più aveva quel sapore gustoso della disobbedienza. E comunque se nei contesti formali non lo si poteva usare, restava però nel quotidiano, nelle filastrocche e nei giochi di cortile, non era pensabile tradurre la filastrocca zinn-zetta forbesetta, avrebbe perso armonia e freschezza. Ed era la lingua della vecchia Milano delle botteghe dei mestieri tradizionali come il ciclista (chi ripara le biciclette), poi gh’era el trombee, che è l’idraulico, il matarazzee che è il materassaio. E quindi, a dispetto di quello che volevano i nostri genitori, noi bambini, volere o volare, vivevamo in un microcosmo che parlava milanese, e anche se non potevi parlarlo lo sentivi...

L: Lei oltre che attrice è anche poetessa e scrittrice dialettale. Quando è nata la passione per la scrittura?
P: All’età di nove anni quando è mancata la mia nonna. Il desiderio dello scrivere è nato istintivamente per esorcizzare un dolore troppo grande. Avevo optato per l’italiano. L’altro momento di svolta è stato intorno ai quarant’anni quando mi sono resa conto che i miei genitori non avrebbero avuto tanta vita ancora davanti, pur sperando diversamente. Capivo che dovevo recuperare velocemente, perché il distacco sarebbe stato meno duro se avessi avuto qualcosa a ricordarmeli fortemente. Può apparire brutto dire che è stato in concomitanza della loro morte però per me è stato così, e lo trovo intenso e dolce perché la scrittura mi ha dato la possibilità di avere dei ricordi forti e importanti che ti danno la possibilità di affrontare più facilmente un distacco. E ho deciso che avrei scritto in milanese. Per la verità scrivo anche in italiano, ma la mia lingua più intima resta il dialetto.
D: Dialetto storicizzato oppure integra parole nuove, per cose e concetti che allora non c’erano?
PC: Certo bisogna usare dei neologismi perché una lingua viva si modifica. Va modernizzato e ampliato con il computer, il telefonino, il cellulare. Ma non tollero e non mi piace che lo si scriva secondo la fonetica, come lo si ascolta, perché in questo modo sarebbe comprensibile solo da chi è milanese e soprattutto le parole che ci sono non vanno storpiate né basta usare l’intonazione milanese per trasformare una parola da italiano in dialetto. Te spetti sù l’angol è una storpiatura, perché in milanese l’angolo è solo una figura geometrica. La parola corretta è canton, così come per gradino non è gradin ma basell. Più vai a sfoltire la lingua più la impoverisci e più la perdi.

L: Fino a quando secondo lei il milanese è stato una lingua viva e cosa ha determinato il cambiamento?
PC: Dobbiamo andare più indietro. Il primo colpo glielo ha dato il fascismo, che è stato il primo potere che non voleva che lo si parlasse, aveva chiuso persino i teatri e le compagnie dialettali. Poi, durissimo, l’atteggiamento di molti genitori che non volevano si parlasse il dialetto. Speravano per i figli un futuro migliore, possibile grazie a un buon italiano. Vorrei però tornare un attimo al tentativo di italianizzare il dialetto, come faceva mia nonna. Il risultato era un italiano buffo perché la gente non era istruita e quindi era inutile come dagh i benis ai asen, cioè dare i confetti agli asini: se le persone non sono preparate culturalmente non puoi dare loro una lingua dotta. Però il messaggio che era passato con forza era che chi parlava in dialetto era comunque gente del popolo, gente che non avrebbe mai avuto un futuro brillante. A dir la verità però i vecchi industriali parlavano dialetto, i medici, gli avvocati... C’è una categoria di avvocati e medici che sono stati poeti. Hanno mantenuto un dialetto dotto perché proveniva da gente istruita.

D: Poi anche negli ambienti colti, che tenevano alla tradizione, è andato scemando
R: Pian piano ma è andata così. Il parlato era circoscritto in ambienti poco acculturati dove la trasmissione diventava esclusivamente verbale, e così si è impoverito. Pensiamo al passato remoto: in milanese abbiamo soltanto il passato prossimo. Se andiamo a leggere qualcosa di Carlo Porta, ci sono ancora tracce del passato remoto, mentre era scomparso dal vernacolo. Lo stesso Porta, del resto, diceva che andava alla scora de lengua del Verzee la scuola di lingua del verduraio, a imparare il vero dialetto – che noi oggi definiamo vernacolo - che dopo lui ricostruiva scrivendolo in dialetto e così lo ha conservato. È affascinante.
L: Anche l’immigrazione ha avuto un ruolo? E la televisione?
PC: Agli inizi degli anni Cinquanta l’immigrazione era ancora contenuta e non c’era alternativa al dialetto. Perché pur essendo una lingua bassa, era comunque la lingua del popolo, quella più immediata per inserirsi e integrarsi, dalla fabbrica all’officina dal negozio al ristorante, che erano le osterie, dovevi sapere quel dialetto, perché a Milano si parlava il milanese, adesso è fantascienza... e poi c’è un altro aspetto importante: i pugliesi erano molto portati per il milanese per una questione di orecchio musicale e lo hanno poi evidenziato negli anni; pensiamo a Giovanni Danzi, il papà della celebre "Madonnina", e a Enzo Jannacci che si sono milanesizzati. Più tardi è arrivata l’immigrazione massiccia, la forza dei numeri li ha resi meno malleabili ad acquisirne un altro. E poi calabrese e campano non hanno proprio i suoni tipici milanesi, come la u dell’espressione famosa, anche se non è raffinata, vá a dà via el cuu, pronunciato da un campano suona come chiu. I pugliesi, come ho detto, riescono perfettamente, hanno proprio un orecchio musicale, hanno una facilità ad imparare qualsiasi dialetto, hanno proprio il dono della duttilità. E il colpo di grazia glielo ha dato la televisione, che mirava a uniformare.
L: E i milanesi si sono adattati di buon grado a questa tendenza?
PC: Guardi, c’era questa abitudine milanese di raccontare una storia e immediatamente tradurla in italiano quasi a giustificarsi di non farsi bene intendere. Abbiamo come quasi un pudore a chiedere: forse non mi sono fatto capire? E allora la traducono in contemporanea. C’è una cosa che non potevano però tradurre: il fischio. C’era anche un fischio di famiglia. Dato che non c’era il citofono, quando l’uomo tornava a casa da bottega, avvertiva la sposa che stava arrivando a casa e poteva buttare la pasta o la pastina la sera, perché da noi una volta faceva sempre freddo. Era un sibilo particolare e ogni famiglia aveva il suo fischio... el ziffol de famiglia. Questo io me lo ricordo bene, mio papà ne aveva uno, mio nonno un altro…Mio nonno aveva la marcia trionfale de l’Aida. Sì, perché mio nonno era un tenorino di operetta ma aveva sempre in mente il Verdi... Il suo fischio
L: Stesso destino per il dialetto lombardo?
PC: Non esiste. Me fa rescià i busecch (mi si arricciano i visceri) ma il dialetto lombardo non esiste. Il mantovano, ad esempio, è un dialetto emiliamo, mentre a Novara, che è in Piemonte, il dialetto è di ceppo lombardo. Un discorso a parte va fatto per il bergamasco, che è un’altra lingua: Bergamo era sotto la dominazione veneta quindi il loro dialetto è veneto. Si sente l’influenza lombarda ma rimane il suo fulcro veneto. E Monza? Sappiamo che non ha mai amato Milano per i noti eventi storici, ma addirittura nella liturgia segue il rito Romano anziché quello Ambrosiano. Facendo un esempio semplice, da noi si dice "el papà", lì "ul pà"... È una cosa orrenda!! E persino il bustocco è un’altra cosa, è un dialetto ligure. Insomma, al più, c’è una cadenza lombarda. Nulla più.
L: Il napoletano oggi è vivo e in grande spolvero, persino tra i giovani che non hanno origini napoletane né campane
PC: Il napoletano è un dialetto puro, ha grammatica, letteratura e scrittura. È un dialetto dotto, scritto da gente preparata; un esempio sono le commedie di De Filippo. E poi loro hanno avuto la grande intuizione di usarlo nella musica: quando tu aggiungi la musica al testo lo mantieni per molto più tempo di quando è solamente scritto. La canzone napoletana è eterna e continuiamo a sentirla. Persino Gabriele D’Annunzio ha scritto una canzone napoletana.
Donizetti ha scritto musiche per la canzone napoletana, quindi va ad assurgere ad un elevato livello culturale e artistico. Il poeta classico milanese non ha scritto per la canzone, ha scritto poesie. Con la musica molto hanno fatto Jannacci, Nino Rossi e Bracchi. O Vanoni e Strehler. In tempi recenti, il milanese ha avuto delle occasioni con dei bravi autori, come la Elide Suligoj che ha cantato dei versi del Porta. Un lavoro bellissimo, ma poco conosciuto. Nessuno di contemporaneo però, mentre a Napoli i ragazzi fanno persino il rap.
L: In realtà, da nord a sud, quello che si sente parlare è dialetto o vernacolo?
PC: Vernacolo. Il milanese è una lingua dialettale vera e propria perché ha una grammatica, dei vocabolari e tanta letteratura scritta. Il vernacolo è invece la lingua del popolo, che si trasmette solo oralmente e non ha cultura e testi scritti come coadiuvanti, veniva parlato nelle osterie, nei mercati e negli ambienti più poveri. Dialetto e vernacolo milanese si sono distanziati. Il dialetto si è mantenuto un po’ di più perché era scritto.
L: La sua sembra una missione impossibile, disperata
PC: Sono convinta di questo, però c’è un però! Le racconto una brevissima storia: in una foresta scoppia un incendio e tutte le bestie scappano. C’è anche un leone che mentre fugge incontra un colibrì che sta andando verso la foresta in fiamme. Allora gli chiede: dove vai? E il colibrì gli risponde che sta portando dell’acqua con il suo becco… Ma sei matto, dice il leone, cosa vuoi che facciano due gocce d’acqua? Lui dice: io faccio la mia parte. E la mia parte è una scuola, ho una ventina di allievi bravissimi, vincono anche dei premi. Non sono giovanissimi. Però anche loro quando vanno a casa portano le loro gocce d’acqua.
L: Chi sono i suoi allievi?
PC: Beh sono milanesi. In passato ho avuto anche un’allieva americana, che mi faceva impazzire dal ridere perché parlava bene milanese però con un accento americano... E quindi era buffissima... allora mì disi che se gh’ha de fà... era molto divertente... Ho avuto un signor Gaber, di nome ma non di cognome, era etiope. Ho insegnato a siciliani e campani che riuscivano a scrivere bene, ma a parlarlo no. Sbagliano l’accento perché la loro matrice è così forte che non riesci a modificargliela, ma d’altronde non vedo neanche perché dovrebbero farlo. Ci tengo a dirle che il mio secondo figlio fa l’attore e il regista in una compagnia teatrale che riprende i temi della commedia dell’arte, compresa la figura di Meneghino. E tutti e due i miei ragazzi leggono perfettamente il milanese, leggono il Porta, il Tessa, gliel’ho insegnato fin da piccini. A lezione propongo con parsimonia i classici, troppe parole desuete anche in italiano. Facciamo delle cose più semplici, come improvvisazioni e scenette di vita quotidiana per allenarsi nella conversazione in milanese, come tradurre sono arrabbiato con te perché hai lasciato le luci accese le luci della macchina: me son rabbiaa con tì perchè t’hee lassaa pizz i lus de l’otomòbil. E facciamo insieme una tipica cosa milanese: l’aperitivo, che per essere al passo con i tempi, milanasamente diventa “Ora Legriosa”, cioè l’Happy Hour.
L: E per molti anni ha girato le scuole di città e provincia per insegnare ai bambini
PC: Sì, ricordo bene quando ai bambini dalla seconda in su davo un foglietto scritto in milanese, non fonetico. Ai bimbi, che sono dei libri bianchi, spiegavi tre cose e capivano tutto subito, io mi rifiutavo di usare il dialetto fonetico, proprio non mi va. D’altronde, come si impara l’inglese che lo si scrive diversamente da come si legge, lo stesso si fa per il milanese... Quindi acquisite tre nozioni che se la ò è accentata si legge o, se non è accentata si legge ü, e che la u si legge ü, finito quello e basta... e le zeta si leggono s sonore. Basta avere la voglia e la volontà di spiegare in modo semplice. Allora con i bimbi si cantava, molto, era un lavoro impegnativo, anche perché ancora lavoravo in azienda ma avevo il venerdì libero e correvo in giro per le scuole di Milano. Quando i bambini arrivavano alla quinta, dicevo: adesso avete un repertorio che potete fare spettacolo quando volete. Capita ancora adesso che qualcuno mi riconosca. Sa, i bambini latinoamericani di lingua spagnola imparavano con una facilità estrema perché gli era favorevole all’orecchio questo dialetto, in modo semplice, perché noi gli spagnoli li abbiamo avuti in casa. Lo spagnolo e il francese hanno modificato il nostro dialetto, molto meno gli austriaci. A proposito del francese, troviamo molte parole con la stessa radice nel napoletano e nel milanese: la spilla da balia in napoletano è spingolo frangese e in milanese è el guggin de Paris. Il loro arreto per noi milanesi l’è adree, che non vuol dire portare dietro anziché davanti, ma portare con te. Ecco quell’ arreto napoletano è il nostro adree, l’hoo portaa adree... Abbiamo tantissime parole che in realtà poi vengono anche dalla Spagna, una su tutte i tomatis, i pomodori. E dal francese, come gli articiòcch, cioè i carciofi che troviamo anche in inglese. Il milanese è una lingua calderone di altre lingue, dal francese allo spagnolo, al celtico al latino, che poi abbiamo addomesticato e modificato, però secondo me c’è un’ironia che è tutta milanese... Il milanese è ironico.
L: Vuole farci un esempio di ironia milanese?
PC: Il monumento di Leonardo da Vinci in piazza della Scala attorniato dai quattro discepoli l’è On litter in quatter... Come se ci fosse un bottiglione con quattro bicchieri. La statua di Giuseppe Verdi davanti alla casa di riposo, è tutta protesa in avanti con le braccia di dietro, a Milano l’è l’òmm che pissa, cioè sembra uno che stia facendo pipì... Quindi a tutti i monumenti la sagacia milanese ha messo un soprannome. Il milanese è bonario, un po’ sparlaccione però nello stesso tempo con questo senso dell’umorismo… Ad esempio, si dice che Porta e Manzoni si trovassero nella famosa “cameretta” soprannominata “Isola di Giava” perché dicevano delle giavanate, cioè delle allegre sciocchezze.
L: E tutte le persone avevano il soprannome ed erano autoironiche
PC: Si, ci sono parole per descrivere dei tipi umani, el bauscia, lo spaccone. I milanesi amano molto i soprannomi. Mi ricordo che l’idraulico di casa nostra era El Gemma, la gemma no? Però al maschile. Non perché fosse costoso, ma per via di un tremendo neo sulla fronte… e allora l’era el Gemma... Aveva una gemma in fronte… E non ricordo il vero nome, forse non l’ho mai saputo perché per tutti l’era el Gemma
L: E lui lo accettava? Non si offendeva?
PC: Oh no figuriamoci, a quei tempi era così. Magari uno che si chiamava Carlo era detto il Carlin, anche se non era piccolino ma al contrario un omone, era anche giocata sulla fisionomia. Di una donna un po’ volgarotta si diceva la Teresina de la fera...come quelle tre palle e una lira. C’era ironia per tutti. Pensi che le dame di carità che andavano al Pio Albergo Trivulzio (da i Veggioni) o nelle opere di carità per aiutare i poveri e gli anziani, erano i damm del biscottin (le dame del biscottino): volevano aiutare i poveretti che avevano fame portando loro dei dolcetti. Una sorta di carità pelosa come si diceva una volta.
L: Quindi sapevano essere anche taglienti, bonari, ma sarcastici, quasi caustici
PC: È così. Il Porta andava pesante con le dame del biscottin, come i Damazz, le damacce, per prenderle in giro. Molto viene dal Porta che aiutava il popolo milanese a coprire il malcontento col sarcasmo.
L: La parola sciora, è ancora in voga, così come scioretta. Hanno un significato positivo o negativo, di vecchia signora o, peggio, di una che fa la sostenuta?
PC: “Fare la sciora” era quasi dispregiativo. Non necessariamente vecchia, ma una parvenue che si dava le arie. Te seet ona mezza calzetta e te fee la sciora. Peggio ancora la scioretta, la giovane signora, del broeud (del brodo), concetto simile a la dama del biscottin: a uno che aveva bisogno di mangiare salsicce e bistecche, offrivano il brodino, certo fatto con dentro l’osso ma senza la carne! Non sono parolacce, ma sono espressioni offensive. Se invece viene accompagnato al nome, come sciora Maria allora è un atto di gentilezza e cortesia. La stessa cosa vale al maschile per scior: el scior Carlett. Capita che ci siano persone che, tentando di parlare dialetto, si rivolgano a una donna chiamandola Ehi sciora, e lo fanno veramente con innocenza e gentilezza, ma io che conosco il retaggio della sciora d’istinto non lo apprezzo, poi ci penso su e cerco di sorridere.
L: Le chiedo un’ultima cosa: cosa le piace della cucina milanese?
PC: La cucina tradizionale c’è ed è forte, è una cucina povera ma anche molto semplice e per questo apprezzata, penso al riso in cagnon o riso al salto. Nelle osterie della tradizione servivano dei piattoni. La gente aveva fame veramente e allora chi andava all’osteria voleva un buon piatto di polenta con il gorgonzola. Ogni tanto quando mi capita di andare in un ristorante tipico milanese non resisto alla tentazione di correggere il malscritto menù!
L: E quando va al bar chiede la brioche o il cornetto?
PC: Nessuno dei due! El chifer, a Milan l’è el chifer. È una delle poche parole di origine tedesca. Al mercato chiedo i cornetti, non i fagiolini! Ma c’è una parola che non si ricorda mai nessuno, l’erborin, il prezzemolo. Altre simpatiche sono i magioster, le fragole, che una volta si trovavano a maggio. Anche il cappello estivo di paglia, che l’è la magiostrina con la fascia di diversi colori degli studenti liceali, si chiama così perché sembra un cavagnoeu un cestino per raccogliere i magioster. Per me anche scrivere in italiano è gratificante, ma in milanese lo è di più. È proprio il suono delle parole che ha fascino, Io sono affezionata alle parole, voglio sapere sempre tutto, da dove vengono, e si scoprono delle cose magnifiche.

Ci salutiamo promettendoci di rincontrarci in un posto speciale, al bar El Dòmm, dove se sai la parola milanese del giorno bevi un caffè gratis... e la parola magica la fornisce ogni giorno proprio la sciora Paola. S’ciao e se vedom!

Breve biografia di Paola Cavanna Nata a Milano e milanese da diverse generazioni, fin da ragazzina ha iniziato a comporre in lingua e nella maturità preferibilmente in milanese. A lungo dipendente presso un’importante compagnia di assicurazione, parallelamente ha frequentato corsi di grammatica, letteratura e metrica presso il prestigioso Circolo Filologico Milanese, fondato nel 1872 da Eugenio Torelli Voillier. Nel 1998 diventa Presidente della “Sezione di cultura milanese” del Circolo. Dopo una lunga parentesi presso una biblioteca del quartiere Barona, sempre dedita all’insegnamento e alla diffusione della cultura milanese, è tornata al Circolo, dove ha insegnato. Ora ha una scuola tutta sua: “L’Atelié Milanes”, presso il prestigioso studio del Maestro pittore Aldo Parmigiani, dove mantiene vivo il dialetto, raccontando e informando sulla storia della città, dei luoghi caratteristici, le leggende, la letteratura e i protagonisti. Il cuore de l’Atelié è però il laboratorio di poesia, “la bottega de poesia” dove gli allievi si cimentano nella rara e difficile poesia milanese. Negli anni, ha ricevuto diversi riconoscimenti, ultimo “Il panettone d’oro per la virtù civica 2024”. Per la sua passione e l’instancabile impegno oltreché per la qualità delle sue opere di prosa e poesia. In particolare, ricordiamo due antologie molto importanti: Dòna de Cent Color e Stria in Ciel, una sorta di “Spoon River” dedicati alle donne.


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