Memoria - Il mito del Grande Torino vive
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| Autrice | |
| Laura Bajardelli | |
| vedi altri articoli di Laura Bajardelli | |
La tragedia di Superga ha reso eterna una squadra formidabile, simbolo di un popolo che si stava rialzando. Ma niente malinconia né nostalgia, il Toro è vivo
Il Grande Torino è cinque scudetti consecutivi vinti, una Coppa Italia, diversi record di vittorie e marcature. Una squadra di campioni, tanto da essere la colonna portante della nazionale italiana, che è arrivata a schierarne addirittura 10 su 11. Il capitano è Valentino Mazzola, papà di Sandro, che è poi diventato bandiera dell’Inter. Lo stadio di casa è il Filadelfia. Ma poi il terribile schianto dell’aereo contro il colle di Superga ha cambiato tutto. Era il 4 maggio 1949. A bordo la squadra, gli accompagnatori, i membri dell'equipaggio e tre giornalisti. Nessun superstite. Eppure... eppure dopo tanti anni il Grande Torino richiama sentimenti e valori altissimi. Non per pietà o commiserazione per la tragedia, che di fatto ha posto il sigillo dell’eternità, ma sentimenti di rispetto, onore, correttezza, abnegazione. E non si tratta della nostalgia e della malinconia che spesso ammantano tutto il passato, rendendolo idilliaco e persino migliore e più desiderabile del presente. È un’altra cosa. E la riprova è che quando negli stadi si osserva il minuto di silenzio per commemorare quella squadra straordinaria, tutti lo rispettano. È il momento del Grande Torino. Silenzio.
Per conoscere meglio questa storia, abbiamo fatto qualche domanda a un tifoso speciale, Giampaolo Muliari, direttore del Museo del Grande Torino e della Leggenda Granata

Laura: Cosa ha rappresentato la tragedia di Superga per Torino e per l’Italia di allora?
Giampaolo: È stata una tragedia enorme che ha segnato una generazione e continua a segnarla ancora oggi. Per capire il perché, è necessario contestualizzarla, probabilmente oggi avrebbe un impatto diverso. L’'Italia era appena uscita dalla guerra, ancor più drammatica perché era un’Italia divisa, lacerata, sconfitta. Ebbene, in quegli anni il Torino, ma anche Coppi e Bartali, hanno rappresentato davvero un punto di riferimento, una speranza. Il Grande Torino non era, e non è, soltanto una sequenza di vittorie ma è una storia di sentimenti che si tramanda di generazione in generazione. Vi racconto un piccolo ricordo personale al quale tengo molto. Mio papà, 91 anni, ha avuto una vita lunga e intensa e una delle tappe fondamentali di cui spesso ci racconta è quando ha deciso di arruolarsi nei Carabinieri, gennaio 1951. A 18 anni era partito da solo per Napoli. Un viaggio difficile, perché capiva che si stava per chiudere una porta della sua vita, quella della sua infanzia con il distacco dagli affetti più cari. E per trattenere le lacrime, ha cercato di aggrapparsi a una speranza e quella forza l’ha trovata nel Grande Torino. Continuava a ripetersi: “se ce l’ha fatta il Grande Torino a vincere e raggiungere traguardi impensabili, allora ce la posso fare anch’io”. Questo suo ricordo mi emoziona sempre. Emerge forte come quella squadra rappresentasse, anche dopo Superga, una speranza, un punto di riferimento che dava forza a tutti. All'epoca il calcio giocato la domenica era veramente un momento di serenità, di gioia collettiva. Era un mondo diverso: molti giocatori, compresi quelli del Grande Torino, avevano una seconda attività commerciale, necessaria per arrotondare i loro stipendi di calciatore, sicuramente agiati ma lontani anni luce dai compensi di oggi. Era facile immedesimarsi in quei ragazzi. Il Torino rappresenta il valore e la forza del collettivo, e quindi l’intero paese si immedesimava con la squadra. Poi certo, Valentino Mazzola è riconosciuto da tutti come un grande campione, un vero capitano a 360gradi. Ma la forza del Grande Torino era il suo collettivo, costruito pezzo per pezzo, formidabile in ogni in ogni reparto.
Laura: Immagino che la passione per il Torino sia una questione di famiglia, anche se siete milanesi
Giampaolo: Non è una cosa così singolare. Il Torino non ha numericamente tanti tifosi come Juve, Milan o Inter però ha tifosi dappertutto, in ogni paese d'Italia sicuramente c’è qualche tifoso del Torino perché... è una fede laica sportiva che si trasmette di generazione in generazione. Mio papà è un tifoso del Toro e l’ha trasmessa a me e a mia volta l’ho trasmessa a mio figlio Alessandro
Laura: E alla passione per il Toro hai unito l’altro tuo grande amore, l’arte. Come è andata?
Giampaolo: Nella mia vita ho da sempre due passioni, quella artistica del disegno e quella sportiva per il Torino. Per tanti anni le ho coltivate su strade parallele, senza mai incrociarle. Il loro incontro è stato casuale, avvenuto nel 1999, grazie a una intuizione di Andrea Bosco, giornalista Rai che a quei tempi curava una rubrica per il TG della Lombardia. Venne a conoscenza di un mio libro di disegni dove un capitolo era dedicato al Grande Torino. Ne rimase così colpito, lui juventino, che venne a trovarmi in studio con una troupe della Rai per un servizio (andato poi in onda). Alla fine del servizio Andrea mi propose pubblicamente l’idea di allestire una mostra di disegni sul Grande Torino per il cinquantesimo di Superga. È stato proprio questo suggerimento a far unire le mie passioni. Senza esitazione contattai il fraterno amico Domenico Beccaria (Mecu per gli Amici), fondatore e presidente (ancora oggi) dell’Associazione Memoria Storica Granata, conosciuto nel dicembre del 1996 a Torino in occasione di una mostra storica per i 90 del Toro allestita al Palazzo Regio. Ne rimasi così affascinato da iscrivermi alla sua associazione. A Mecu proposi una mostra di miei disegni insieme ai cimeli raccolti e custoditi dall’Associazione Memoria Storica Granata. Idea accolta con entusiasmo da Mecu. Decidiamo di intitolarla “Un fiore a Superga chiamato Torino”, come omaggio a una meravigliosa poesia di Arpino. Sede Espositiva Loreto, nelle Marche, una location stupenda suggerita da mia sorella Nadia che da tanti anni vive a pochi chilometri proprio da Loreto. Doveva essere una mostra fine a se stessa, emozionante, unica, e invece... All’inaugurazione si presentarono i presidente del Toro Club di Osimo e di Jesi desiderosi di ripetere la mostra anche nello loro città. Da lì è stato un continuo allestire mostre da una città all’all’altra, senza soste. In tre anni abbiamo allestito 45 esposizioni. Un viaggio meraviglioso lungo tutta l’Italia che ha cambiato la mia vita, in meglio.

Laura: Avete realizzato qualcosa che non c’era, il Museo del Grande Torino e della Leggenda Granata.
Giampaolo: nel 2002 sull’onda dell’entusiasmo per questo percorso espositivo abbiamo inaugurato la prima sede museale permanente a Superga, il 4 maggio 2002. Grande successo, tanti visitatori. Lo spazio non bastava più. Dopo sei anni, ci siamo trasferiti nell'attuale sede, una villa settecentesca a Grugliasco, vicino Torino. Il nostro museo ha oltre vent'anni di vita e a farlo vivere è l’Associazione Memoria Storica Granata, costituita nel 1994. Siamo tutti volontari, nessuno percepisce alcunché, ci sostiene soltanto l'amore e la passione per la nostra storia. Tutte le squadre meritano di avere un museo, a maggior ragione noi con la nostra storia unica segnata indelebilmente da Superga.
Laura: Perché è importante avere un museo e conservare la memoria?
Giampaolo: Il museo rappresenta la cultura della memoria, attraverso la memoria possiamo conoscere, custodire e tramandare delle storie meravigliose e possiamo imparare a conoscere le persone, a ricordarle. Sono convinto che questo aiuterebbe ad avere più rispetto anche della storia altrui. Ripensando al Grande Torino mi viene in mente la storia di Ernest Egri Erbstein, l'allenatore che "costruì" il Grande Torino, subì le leggi razziali, riuscì a scampare ai campi di sterminio e, dopo il conflitto, a tornare ad allenare la squadra. Con la quale perì a Superga. Lo abbiamo ricordato quest’anno a Roma, in occasione della giornata della memoria, in un evento organizzato dall’Accademia di Ungheria, insieme ad Arpad Weisz, anche lui ungherese, grandissimo allenatore morto nel campo di concentramento di Auschwitz nel 1944. Purtroppo, tante squadre non hanno un museo e tante storie si perdono, ed è un peccato. Noi crediamo veramente nella cultura sportiva e qualche anno fa abbiamo deciso di dedicare un evento all'anno a un personaggio non del Toro. È bello ricordare anche i campioni di altre squadre che hanno fatto la storia del calcio. Abbiamo ricordato Gigi Riva... come si fa a non amare Gigi Riva? Questi eventi ci aiutano a creare e diffondere un clima di fratellanza sportiva con tifosi di altre squadre, così è stato con il Cagliari ma non solo. Abbiamo dedicato eventi per esempio a Giacinto Facchetti, Antognoni o altri più contemporanei, come Javier Zanetti, che è venuto al museo ed è stato straordinario. All’interno del museo è ben visibile il motto “lo sport non divide, affratella”: è l’ideale che ci ha spinto a creare questi eventi oltre ogni bandiera.

Laura: La storia recente è altrettanto appassionante?
Giampaolo: Tra i miei ricordi felici c’è sicuramente il nostro ultimo scudetto vinto in volata sulla Juventus il 16 maggio 1976, ero un ragazzino, Pulici era per noi un mito e lo è ancora oggi. Ma il periodo sportivo che più mi è rimasto nel cuore è stato il Toro di Mondonico, quello di Amsterdam e della vittoria della Coppa Italia vinta a Roma il 19 giugno 1993, l’ultimo trofeo della nostra storia. Il “Mondo” è stato il personaggio granata che più mi ha segnato e ancora oggi lo porto nel cuore. Eravamo molto amici. Una persona che mi ha dato moltissimo. Lui ha rappresentato lo spirito del Toro nel senso più puro e assoluto. Aveva il coraggio di sostenere le sue idee contro tutto e tutti, anche contro il sistema. Allenare il Torino non è mai stato un ripiego ma una scelta fortemente voluta. Era una persona meravigliosa. Anzi, è una persona meravigliosa che vive nei nostri cuori e vive anche al museo dove lo ricordiamo e gli abbiamo dedicato tanti eventi”.
Laura: in Italia i musei delle squadre di calcio non sono molto diffusi
Giampaolo: in realtà l’Italia non brilla per cultura sportiva e ancor meno per cultura museale. In Inghilterra, e in genere all’estero, moltissime squadre hanno il loro museo. Da noi ce l’hanno per esempio Genoa, Juve, Milan. Non la Roma, né il Napoli. Ci sono vuoti e carenze culturali davvero clamorose.
Laura: Le visite guidate sono il vostro fiore all’occhiello
Giampaolo: Ogni visitatore che entra nel nostro museo viene accompagnato in visita da una nostro volontario in un giro museale affascinante che dura oltre un’ora. Le visite accompagnate, raccontate con la passione di un tifoso, sono un valore aggiunto straordinario. Una caratteristica solo nostra. Tutti rimangono incantati, entrano dentro la storia, gli oggetti, i reperti, ne capiscono il peso e i sentimenti. All’ingresso, appeso sopra l’enorme ruota dell’aereo Fiat G.212, c’è un reperto significativo, recuperato al Fila prima della sua demolizione. È uno striscione portato dai tifosi del River Plate per la partita della solidarietà giocata il 26 maggio1949 subito dopo la tragedia. C’è scritto “Mazzola Presente”. La Z di Mazzola è nera, listata a lutto ma sotto c’è scritto Presente, fa capire che c’è la morte ma c'è anche la speranza, la vita. Questo striscione per me è straordinario. Questo striscione accoglie ed emoziona.
Laura: Non c’è il rischio nostalgia?
Giampaolo: No, nessuna nostalgia. Se fosse solo nostalgia si sarebbe già sbiadita. Questo senso di speranza, questa forza, questo senso del gruppo, sono sentimenti vivi, che avverto anche in ogni evento itinerante dedicato al Grande Torino. Pensa Laura, dalla prima mostra di Loreto siamo arrivati a circa 180 mostre itineranti, la prossima è a San Pietro di Feletto in provincia di Treviso. È un cammino continuo che esprime un sentimento che non si ferma. È ancora assolutamente vivo nell'animo della gente, e ha una grande capacità di unire, esattamente oggi come allora. E il museo diventa un luogo di ritrovo, di unione. Noi volontari dell’associazione ci sentiamo privilegiati perché possiamo arricchire il nostro essere tifosi oggi con questa esperienza, la nostra storia. Per me questi 25 anni di storia, memoria, amicizia, sono impagabili, mi fanno vivere il calcio in modo migliore.
Nel 2015 la FIFA ha proclamato il 4 maggio "Giornata mondiale del calcio" in ricordo del Grande Torino. Il senso della memoria, individuale e collettiva, è ricordare chi siamo stati, dare valore alle persone per noi più significative e alle nostre vittorie, accettare le sconfitte. “La tragedia non è morire, ma dimenticare, e noi non dimentichiamo”, questo è il motto del nostro museo. Forza, Vecchio Cuore Granata!
Chi è Giampaolo Munari
Classe 1965, collabora con l’omonimo studio di commercialisti e consulenti del lavoro senza aver mai rinunciato a due grandi passioni della vita: il disegno e la storia del Grande Torino. È infatti un pittore realista a tematica sociale diplomato all'Accademia Belle Arti di Brera e con una fiorente produzione artistica. Dal 2008 ricopre la carica di Direttore del Museo del Grande Torino e della Leggenda Granata ed è autore di numerose pubblicazioni, tra le quali “Un secolo di Toro”, con Franco Ossola, e “Eterna Leggenda”, con Paolo Battaglia, Mirko Ballotta e Domenico Beccaria.
Il Museo del Grande Torino e della Leggenda Granata si trova a Villa Claretta Assandri a Grugliasco ed è aperto il sabato e la domenica grazie ai volontari che conducono le visite guidate Per informazioni visitare www.museodeltoro.it