Un’altra faccia del welfare: le Fondazioni di Impresa e delle loro famiglie
| Protagonisti | |
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| Autrice | |
| Laura Bajardelli | |
| vedi altri articoli di Laura Bajardelli | |
Uno sguardo al futuro per mantenere viva la memoria e i piedi nel presente per il bene comune.
La filantropia d’impresa in Italia ha radici antiche, gli imprenditori più illuminati sentivano la responsabilità sociale del loro ruolo e quindi cercavano di intervenire per migliorare le condizioni di vita dei propri dipendenti. Un esempio è il villaggio operaio di Crespi d’Adda nato nel 1876 in prossimità del cotonificio della famiglia Crespi: le casette per le famiglie, la chiesa, la scuola, l’ospedale, il dopolavoro e persino il cimitero.
Molti altri seguirono l’esempio e lo superarono e quell’antica tradizione oggi si è consolidata nel welfare aziendale e nella filantropia d’impresa. Quest’ultima, soprattutto negli ultimi vent’anni, in Italia e nel resto del mondo, ha dato vita a un fenomeno interessante: le fondazioni di impresa e di famiglia imprenditoriale. Stanno assumendo un ruolo sempre più importante nel vivace contesto dell’economia civile e sociale e nel dialogo tra mondo for profit e non profit e tra pubblico e privato. Non ci sono registri né elenchi ufficiali, ma in Italia le principali ricerche ne contano circa 130, la gran parte con sede in Lombardia.
E delineano un panorama piuttosto variegato: molte portano il nome della famiglia di imprenditori, come Fondazione Agnelli, Pellegrini o Prada, o il nome di un imprenditore carismatico, come Adriano Olivetti o Carlo Erba; altre quello dell’azienda, pubblica o privata che sia, come Luxottica, SNAM e ATM, altre di multinazionali, come Accenture e STMicroelectronics.
Le Fondazioni di Impresa e le fondazioni di famiglie imprenditoriali nascono per spinta privata e sono organizzazioni senza scopo di lucro, che scelgono in autonomia lo scopo, quali bisogni e obiettivi occuparsi e lo formalizzano nello statuto.
Alcune si muovono nel solco dell’attività dell’impresa, dedicandosi alla ricerca scientifica, medica e tecnologica o alla diffusione delle competenze basilari di quel settore, per esempio promuovendo l’alfabetizzazione digitale dei luoghi dove sono presenti. Tante intervengono sui bisogni più sentiti dal territorio, spesso segnalati dai dipendenti: azioni di contrasto all’emarginazione e supporto alle persone più fragili, alla riqualificazione urbana e sociale, alla conservazione del patrimonio artistico e culturale, all’istruzione e alle attività socio-ricreative e alla coesione sociale.
Quali sono gli elementi distintivi di queste fondazioni rispetto alle migliaia di fondazioni e associazioni italiane? È bene precisare non esiste una definizione ufficiale né a livello normativo né in letteratura, ma le principali ricerche e gli esperti fanno riferimento alla definizione proposta da Fondazione Sodalitas nel 2009, che troviamo esplicitata nel rapporto realizzato nel 2019 da Fondazione Bracco e Fondazione Sodalitas1, che individua sostanzialmente questi elementi distintivi:
- il fondatore è un’impresa o un gruppo di imprese o una famiglia imprenditoriale;
- sono dotate di personalità giuridica distinta da quella dell’impresa, pur rimanendo legate a essa;
- ricevono principalmente dall’impresa fondatrice le risorse economiche per svolgere la loro missione.
Il legame tra impresa e fondazione non andrebbe considerato rigidamente perché le famiglie possono lasciare l’azionariato dell’impresa e continuare a gestire la fondazione, che resta legata all’impresa solo dal punto di vista storico e della memoria personale e collettiva. Un esempio è la Fondazione Olivetti: nata nel 1962 come fondazione di impresa, quando la famiglia smette di gestire l’azienda diventa fondazione di origine familiare, arrivando ad oggi con la Fondazione ancora attiva e indipendente, mentre l’azienda è stata incorporata da altre società.
Rientrano quindi nel perimetro le “Opere pie” e gli “Enti morali” istituiti dalle famiglie di imprenditori e professionisti, in genere con finalità socio-assistenziali. Successivamente istituzionalizzati in soggetti di diritto pubblico, le cosiddette “IPAB”, e più tardi in istituzioni di diritto privato, tipicamente Fondazioni ed Enti filantropici, che non hanno più nessun legame con la famiglia di origine, che potrebbe anche essersi estinta.
Più estensivamente, potremmo considerare tutte le Fondazioni create da una qualunque famiglia benestante per perpetuare la propria storia, anche se non imprenditoriale? No, sarebbe un’interpretazione fuorviante, si tratta di filantropia, ma non di filantropia d’impresa.
Il quadro normativo non ci viene in soccorso per definire univocamente il perimetro, dato che per le fondazioni di impresa e di famiglia imprenditoriale vale quanto previsto per qualsiasi associazione o fondazione, ossia gli articoli 14 – 35 bis del Codice civile (Libro I Titolo II Capi II e III). Qualora una qualsiasi fondazione decida di assoggettarsi ai requisiti normativi e statutari richiesti dal Codice del Terzo Settore, può optare per la forma di “ente filantropico” o di “impresa sociale”, svolgendo, esclusivamente, le attività previste per tali soggetti. Le fondazioni di famiglia o di impresa che operano a vantaggio – anche se non esclusivo – dei familiari o dei loro dipendenti, riconoscendo per esempio l’accesso privilegiato ad alcune prestazioni, per diventare enti del terzo settore, dovrebbero rinunciare all’interesse particolare.
Le modalità di intervento delle fondazioni di impresa possono essere raggruppate in due tipologie:
- Le fondazioni operative realizzano direttamente progetti di utilità sociale nell’ambito del settore scelto e a favore del proprio territorio di vocazione, tipicamente quello dove è sorta originariamente l’impresa.
- Le fondazioni erogative concedono contributi economici per progetti di utilità sociale attuati da altre associazioni e fondazioni presenti sul territorio
Alcune fondazioni scelgono una modalità mista tra le due menzionate. In ogni caso, possono agire autonomamente oppure coinvolgere dipendenti e cittadini e cooperare con Istituzioni e associazioni.
E ora l’ultimo ma fondamentale punto: qual è la motivazione che spinge le famiglie imprenditoriali e le imprese alla creazione di queste fondazioni? La risposta è in genere duplice. Da un lato, è l’applicazione della regola di vita americana “Learn, Earn, Serve”: c’è un tempo per formarsi, uno per guadagnare e uno per servire, restituendo alla società parte della fortuna che si è ricevuta. In realtà questa regola è sempre stata presente nella tradizione e cultura italiana, ma l’ultima parte della regola veniva agita lontano dai riflettori, fedeli al motto che il bene si fa ma non si dice. Oggi i tempi sono cambiati, la filantropia d’impresa rientra nel concetto più ampio di “responsabilità sociale d’impresa” (in inglese Corporate Social Responsibility o CSR) che richiede che l’impegno per perseguire obiettivi bene comune sia comunicato. Non per narcisismo, ma per stimolare lo spirito emulativo e, soprattutto, per trasparenza. Già perché oggi questo impegno è molto apprezzato dal mercato e dai consumatori e per le aziende diventa un vantaggio competitivo e reputazionale nei confronti della concorrenza e deve quindi essere dimostrato e rendicontato. Se si scoprisse che si tratta di menzogne, l’effetto boomerang sarebbe inevitabile.
Dall’altro, le fondazioni sono uno strumento efficace per preservare e condividere la storia e la memoria della famiglia e/o per affermare l’impegno per il bene comune come espressione della cultura e della strategia aziendale.